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PERCHÈ LA VISTA È VITA... ?
PERCHÈ PROTEGGERLA?

Dopo avere compreso qual è la grande differenza esistente tra vista e visione, diventa molto più facile capire quanto la vista sia in grado di influenzare la visione. Infatti, la visione è fortemente condizionata dalla qualità delle immagini che la vista invia al cervello, soprattutto per nitidezza, precisione, localizzazione, colore, contrasto, tridimensionalità…

Ora diventa anche molto più semplice comprendere quante volte, giornalmente, noi affidiamo la nostra sicurezza, spesso la vita, alla qualità di queste immagini, in modo particolare…

 

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Se gli occhi sono telecamere del cervello, la vista è il mezzo più importante per mettere in relazione il mondo interiore con quello esteriore. Essa risulta perciò determinante nell'apprendimento scolastico, nella formazione lavorativa, nelle performance sportive, nella crescita culturale, nelle relazioni sociali ed affettive…


Prevenzione visiva
Lavoro a terminale
Campanoni artista
Due anziani
E', infatti, soprattutto grazie alla vista se siamo in grado di apprezzare:

La conclusione che vi sottopongo per descrivere la vista è la seguente: la vista, contribuendo in modo determinante alla creazione della visione, è il senso più importante per la nostra sicurezza fisica, in grado di proteggere quotidianamente la vita stessa, ma è anche uno strumento importante per la nostra crescita professionale, culturale e affettiva; inoltre è il mezzo indispensabile per fissare, in modo indelebile, le immagini. Per rafforzare questo concetto desidero citare una strofa di "Lontano, Lontano" dove un grande maestro della canzone d'autore italiana, Luigi Tenco, esprime un bellissimo concetto poetico ma anche dal forte significato optometrico:

Luigi Tenco
  "E lontano, lontano nel tempo
qualche cosa negli occhi di un altro
ti farà ripensare ai miei occhi
a quegli occhi che ti amavano tanto".

Non solo amare con il cuore, ma amare anche con gli occhi, perchè essi sono il mezzo che consente di conoscere, scoprire (fisicamente, esteticamente, comportamentalmente, mimicamente...) la persona amata. Tramite gli occhi siamo in grado di farla entrare per sempre nella nostra memoria. Quest'azione di archiviazione ci permette, anche in tempi molto lontani, tramite un qualsiasi stimolo rievocativo, di consultare, rivisitare e rivivere quelle emozioni e immagini. Le immagini fissatesi nella memoria sono, soprattutto nella senilità, uno dei pochi strumenti capaci di garantire, tramite i ricordi, una buona qualità della vita, consentendo di rivedere, come fossero depositate in un archivio fotografico o cinematografico, i momenti più suggestivi della vita.

Ora avrete sicuramente compreso perché nella prima parte del mio logo abbia inserito lo slogan: LA VISTA E' VITA...

Se la vista è vita è naturale che vada protetta; già nel 6° sec. a.C. il filosofo greco Eraclito diceva:

" Gli occhi sono testimoni più sicuri delle orecchie ".

Nel 2° sec. a.C. lo storico greco Polibio sosteneva:

"La natura ha concesso agli uomini due organi per mezzo dei quali essi possono procurarsi notizie ed informazioni, l'udito e la vista, ma la seconda è di gran lunga la più sicura".

 

Purtroppo molte persone non si sottopongono a esami periodici della vista e neppure a visite specialistiche oftalmologiche (oculistiche); questo solo perché sono convinti di vedere bene e conseguentemente credono di inviare al proprio cervello immagini coerenti, nitide e precise. A volte queste persone scoprono, solo casualmente, facendo comparazioni con amici o parenti, che leggono bene alcune lettere e male altre. Questo strano modo di vedere, a secondo della disposizione spaziale dei simboli grafici, sembra loro un fatto stravagante ma anche incomprensibile; quando si sottopongono a un esame della vista scoprono con molta sorpresa d'essere astigmatici.


Astigmatismo miopico

 

Altre persone ritengono di non avere problemi alla vista solo perché vedono nitido a tutte le distanze, non sapendo che la loro visione da lontano è nitida solo grazie a un artifizio. Essi utilizzano, per la messa a fuoco degli oggetti lontani, il sistema di "autofocus", presente nell'occhio esclusivamente per mettere a fuoco degli oggetti intermedi e vicini. Queste persone, quando guardano un paesaggio all'infinito, fanno uno sforzo accomodativo simile a quello che compiono gli emmetropi lavorando da vicino o leggendo un libro. Le stesse persone, quando lavorano da vicino o leggono un libro, devono aumentare ulteriormente la quantità d'accomodazione, per soddisfare il naturale bisogno di messa a fuoco a quella distanza.
La fisica c'insegna che al cambiare della distanza cambia anche la focale (principio facilmente verificabile nell'uso di una macchina fotografica manuale); infatti, per mettere a fuoco un oggetto, a un metro di distanza dagli occhi è necessario una diottria di lente convessa, mentre a 25 centimetri ne occorrono quattro. Lo sforzo aggiuntivo che queste persone devono compiere, dopo breve tempo, si trasforma in un senso di malessere generalizzato fino a una riduzione notevole delle loro capacità di concentrazione e di mantenimento di un impegno visivo al punto prossimo; se la persona insiste nel lavoro ravvicinato, molto spesso manifesta pesantezza agli occhi, bruciori, svogliatezza e fastidi nella zona del ciliare, naso-frontale, riferendoli come mal di testa. Questo difetto visivo, "latente",
riduce notevolmente le performance lavorative ed è tra le maggiori cause degli insuccessi scolastici. Questi soggetti, quando si sottopongono all'esame della vista, inaspettatamente, scoprono d'essere ipermetropi.
Ottici optometristi e oftalmologi sanno benissimo che molti di questi ipermetropi hanno lentamente rinunciato ai loro hobby e interessi culturali da vicino e normalmente sono accaniti consumatori di analgesici. Se non si decideranno a utilizzare una compensazione ottica, a tutte le distanze, continueranno a rinunciare ai loro interessi da vicino e a inghiottire pastiglie. Ottici optometristi e oftalmologi li vedranno arrivare, ancora giovani, nei loro studi lamentandosi di fare fatica a mettere a fuoco da vicino (molto più precocemente dei loro coetanei emmetropi); successivamente non metteranno più a fuoco nemmeno gli og
getti lontani, non essendo più in grado di usare l'artifizio dell'autofocus, per la perdita d'elasticità del cristallino.


Ipermetropia

 


Molte persone hanno sicuramente un sistema visivo perfetto, sia da lontano sia da vicino, salvo un giorno accorgersi di non vedere più bene da lontano (la fatidica lavagna sfuocata a scuola, l'avvicinarsi per vedere la T.V., le difficoltà nella guida con luce crepuscolare, lo strizzare le palpebre per riconoscere le persone da lontano…). Questi soggetti si rendono conto, ancora prima di essersi sottoposti a un esame della vista, di essere entrati a far parte della grande famiglia dei miopi.
Molti specialisti, fino a qualche anno fa, rifacendosi a una vecchia teoria (Steiger e altri), attribuivano l'insorgere e lo sviluppo della miopia (non patologica) quasi esclusivamente a una predisposizione genetica che trovava fertile terreno di coltura nel periodo dello sviluppo fisico pre-adolescenziale e adolescenziale. Essi sostenevano che al crescere del corpo cresceva anche la lunghezza del bulbo oculare (ma il corpo non cresce dalla fecondazione fino a circa 16 anni con una sorta di continuità?). Secondo questa concezione lo sviluppo miopico sarebbe cessato con il finire dello sviluppo fisico, indicandolo in un'età compresa tra i 14-15 per le femmine e 15-16 per i maschi; in effetti, era proprio in quell'età che la maggior parte dei miopi trovava una stabilizzazione del loro difetto (erano gli anni in cui la scolarizzazione di massa si fermava alla licenza elementare o media, e le mansioni lavorative erano soprattutto manuali e implicavano l'uso degli occhi quasi esclusivamente da lontano). Alcuni anni dopo, gli stessi specialisti si accorsero che un numero sempre maggiore di giovani aveva una progressione miopica che continuava ben oltre i 16 anni. La risposta che diedero ai loro clienti rimase nel solco del pensiero Steigeriano; cercarono di convincere questi giovani che in realtà lo sviluppo fisico non cessava completamente e per tutti a 16 anni, ma in alcuni casi continuava almeno fino ai 18 anni (erano gli anni in cui la scolarizzazione di massa portava molti più giovani alle scuole superiori e cominciavano a diffondersi mansioni lavorative impiegatizie o tecniche che implicavano posture visive molto più prossimali, stressanti e in ambienti con microclimi completamente diversi).

Oggi, quasi tutti i professionisti della vista concordano che il rapporto causa-effetto non è così semplice e riconducibile esclusivamente allo sviluppo fisico o alla familiarità: l'occhio a otto anni ha già raggiunto uno sviluppo morfologico quasi completo e vi sono giovani con una forte familiarità alla miopia che però non la conosceranno per tutta la vita. Sicuramente una marcata familiarità alla miopia facilita l'insorgere del difetto e il periodo pre-adolescenziale e adolescenziale può fungere certamente da incubatrice, ma le variabili scatenanti della miopia possono essere molte, di cui tante riconducibili all'eccessivo uso della vista da vicino rispetto alle potenzialità soggettive. Ormai sono rimasti ben pochi sostenitori della vecchia teoria Steigeriana; essi, oggi, dovrebbero spostare il termine dello sviluppo fisico ben oltre i 25 anni (età della laurea). In realtà era già noto che esistesse una diretta relazione tra l'eccessivo uso degli occhi da vicino e la miopia (Cohn, Jaffe, Young e altri). Infatti, anche cento anni fa la maestra, il prete, il notaio, l'avvocato, il farmacista… erano miopi (erano tra i pochi che studiavano) così come lo erano le sarte, i cesellatori, i ritoccatori… (forse analfabeti, ma che lavoravano a distanze di 30 centimetri); l'unica cosa che li accomunava era appunto l'uso e l'abuso della vista da vicino.
Oggi, grazie ai grandi cambiamenti e alle riconversioni epocali delle mansioni lavorative, è facilmente dimostrabile che persone con età anche superiore ai 30 anni, passando da attività lavorative con impiego visivo da lontano a lavorare per molte ore giornaliere davanti a un video terminale, possano miopizzarsi.

Credo che quest'esempio possa essere esaustivo per dimostrare che il problema causa-effetto, in questi casi, non è riconducibile solo a problemi di familiarità o sviluppo fisico pre-adolescenziale o adolescenziale. Noi ottici optometristi, da sempre, siamo critici del pensiero di Steiger ma anche di quello di Cohn. Infatti, abbiamo un approccio olistico: la visione è una funzione che coinvolge tutto l'organismo (teoria sostenuta anche dagli psicologi della Gestal) perciò gli occhi non possono essere studiati in astrazione del resto del corpo. Ne consegue che la miopia potrebbe essere una risposta funzionale dell'organismo a una domanda energetica e psicologica che il nostro sistema non è in grado di soddisfare, perciò sarà soggetta a un'infinità di variabili individuali e ambientali. Noi uomini siamo giunti nella società attuale dell'immagine e post-tecnologica, con un sistema sensoriale e visivo uguale a quello che avevano i nostri avi cacciatori-raccoglitori, o nonni contadini, predisposto per guardare lontano senza affaticamento e con un sistema di "autofocus" capace di focalizzare da vicino ma per brevi periodi e con un maggior dispendio energetico (contrazione del muscolo ciliare). Questo maggior affaticamento è anche dovuto alla contrazione dei muscoli oculari (retti interni) e alla trazione che essi esercitano sulla sclera durante la convergenza (ragionamento, in parte, già presente nella teoria di Cohn).
Il nostro modello sociale c'impone un lavoro quasi esclusivamente da vicino con posture visive faticose (videogiochi, scuola, ufficio, internet…), per un numero d'ore giornaliere sempre maggiore (dovute anche all'invenzione della luce elettrica) e con tempi sempre più compressi che ci caricano di tensione e ansia.

Si può sostenere che i nostri occhi sono "evolutivamente" inadatti rispetto ai carichi di lavoro cui li sottoponiamo, agli ambienti dove li utilizziamo e alle condizioni psicologiche in cui operiamo: perciò cercano di evolversi "miopizzandosi". Come spiegare altrimenti la gran diffusione avvenuta in questi ultimi decenni della miopia? Diffusione che conta numeri da epidemia sociale, anche se tutti sappiamo bene che la miopia non è una patologia e perciò essa non può diffondersi come accade per le epidemie...oltre 14 milioni d'italiani, circa un italiano su quattro!
La realtà è che i nostri occhi, dopo essere stati sottoposti a prolungati e innaturali impegni lavorativi da vicino, abusando sia della convergenza che dell'accomodazione, in ambienti costrittivi e in presenza di forti tensioni psichiche, se non vengono sottoposti a interventi mirati di rilassamento, entrano in un periodo di forte "stress visivo". Questo stato di stress è facilmente individuabile: difficoltà nel vedere subito nitido nei passaggi tra vicino e lontano e viceversa. Noi optometristi, da sempre, sosteniamo che in questa situazione è ancora possibile un intervento mirato che eviti la somatizzazione.
Gli interventi devono ridurre l'affaticamento visivo e produrre un rilassamento generale, inducendo il cliente a modificare comportamenti e abitudini. Queste idee e tecniche di prevenzione visiva non appartengono solo agli optometristi; esse, con molte variabili, sono condivise e applicate da diverse scuole di pensiero. Già molti anni fa l'oftalmologo americano William Bates preparò un protocollo "metodo Bates". Alcune di queste tecniche derivano direttamente dalla medicina cinese e ancora oggi sono praticate nell'ospedale di Pechino dal suo primario, l'oftalmologa Ma Xuzhou, utilizzando le tecniche "Qigong" e "Yoga" per rilassare e potenziare energeticamente gli occhi. Le tecniche di rilassamento per problemi visivi sono praticate anche da molti professionisti italiani, soprattutto dagli psicoterapeuti, in particolare dalla dottoressa Cristina Zandonella.

Dopo la comparsa del fenomeno di stress visivo e in mancanza di interventi preventivi, nei soggetti con una marcata predisposizione familiare, anagrafica, caratteriale, culturale, psicologica, fisiologica, alimentare… avviene la somatizzazione, cioè la miopia: l' allungamento del globo oculare con l'immagine che va a formarsi prima della retina. Questo comporta una visione da vicino con una notevole riduzione dell'affaticamento visivo ma, purtroppo, anche una visione sfuocata da lontano, dove sicuramente oggi guardiamo poco ma dove è indispensabile vedere bene soprattutto per la nostra sicurezza. Perciò il miope ha trasformato le funzioni del suo apparato visivo, da cacciatore-raccoglitore (focalizzato da lontano) a post-tecnologico (focalizzato da vicino), così da avere un minor dispendio energetico alla distanza dove normalmente opera per la maggior parte della giornata.
Uno dei maestri dell'optometria mondiale, Skeffinton, definì questo processo d'adattamento "miopia funzionale".
Il miope, nell'evoluzionismo darwiniano, sarebbe giudicato un'avanguardia dell'umanità.
Un miope lieve, fino a tre diottrie, senza compensazione ottica, riuscirà a leggere nitidamente da vicino (a 33 cm) per tutta la vita perchè la miopia compenserà la presbiopia fisiologica che insorgerà dopo i 45 anni. Egli sarà un soggetto sicuramente molto più competitivo, rispetto agli emmetropi, nelle mansioni lavorative da vicino, ma dovrà portare una compensazione ottica per vedere nitido da lontano. Per i motivi che ho precedentemente descritto, l'intervento di chirurgia estetica refrattiva per la compensazione ottica della miopia risulterebbe un assurdo funzionale e filosofico perché invaliderebbe tutto il processo d'adattamento che l'occhio ha compiuto per risparmiare energia da vicino senza rimuovere minimamente le cause che l'hanno prodotta.


Miopia

 

Con il passare degli anni tutti gli occhi, anche quelli che non avevano difetti visivi, per vedere nitidamente da vicino devono ricorrere alla compensazione ottica (i miopi fino a tre diottrie sono presbiti ma autocompensati); infatti, verso i 45 anni puntuale come ogni mattina il sorger dell'alba e ogni sera il calar del sole per tutti gli uomini arriva la presbiopia. Questo difetto è determinato dalla perdita d'elasticità del cristallino ("autofocus"), dovuto a un indurimento fisiologico delle lamelle che lo compongono. Oggi con l'allungamento dell'età lavorativa e con le nuove tipologie di lavoro, che sempre più spesso implicano l'uso del computer e il bisogno di vedere a fuoco da vicino e alle medie distanze, è diventato molto più difficile compensare la presbiopia con le lenti tradizionali monofocali. Queste consentono sì un'ottima focalizzazione, ma lo fanno a una distanza fissa, quindi in modo rigido; per questo è sempre più diffuso l'uso di lenti multifocali che sono in grado di rendere più flessibile la distanza di focalizzazione (in particolare quelle progressive). Spesso, in passato, queste lenti sono state proposte senza un'adeguata analisi dei reali bisogni dei clienti, creando perciò delusioni rispetto alle aspettative immaginate. Credo che il vero segreto, di Pulcinella, per i successi che normalmente si possono ottenere con questo tipo di equipaggiamento visivo, sia la capacità e l'esperienza dell'ottico optmetrista nel saper selezionare con un'accurata anamnesi le persone che abbiano una reale necessità di vedere a fuoco contemporaneamente a diverse distanze , oltre alla scelta del tipo di lente e a un perfetto confezionamento dell'ausilio ottico, e alla disponibilità dell'ottico optometrista di dedicare al suo cliente tutto il tempo necessario durante il periodo di adattamento. Voglio riportare una bella citazione, sulla compensazione ottica della presbiopia, presa da un libro di Costantino Bianchi (mio docente e illustre oftalmologo):

"Alla malinconia di una giovinezza che se ne va…… non associamo la penitenza di un ausilio visivo che, per risolvere un problema, ne crea molti altri!"


Presbiopia

Oltre ai quattro difetti canonici che abbiamo analizzato, per avere una buona visione è determinante controllare gli equilibri esistenti tra i muscoli dei due occhi e il loro rapporto con l'accomodazione. Questi equilibri sono i prerequisiti perché il cervello riesca a sovrapporre le due immagini che riceve dagli occhi, quelle viste con l'occhio destro con quelle viste con il sinistro (fusione), mantenendo una piccola disparità retinica fisiologica che ci consentirà di fruire dell'abilità per eccellenza dell'uomo: il senso stereoscopico, cioè la possibilità di vedere lo spazio in modo tridimensionale. Perciò, oltre allo strabismo manifesto, vanno controllate e valutate attentamente: le forie (piccoli strabismi autocompensati), il rapporto tra convergenza e accomodazione, motricità, escursioni, fissazioni, inseguimenti, rotazioni, saccadi, profondità di campo, contrasto, visione periferica, visualizzazione, senso cromatico, dominanze …
La vista deve essere protetta anche da fattori ambientali potenzialmente negativi come l'esposizione a forti fonti di calore, raggi ultravioletti (sempre più diffusi in conseguenza del buco nell'ozono, ma anche delle lampade abbronzanti), superfici riflettenti come sabbia, neve, acqua, lamine metalliche , dall'intrusione di sostanze volatili, come sostanze allergizzanti, fumi, sostanze chimiche, polveri, e da corpi estranei. Questo possibile grazie ad appropriati occhiali protettivi, che l'ottico optometrista è in grado di consigliare e predisporre in modo mirato e individualizzato. Si possono anche utilizzare occhiali capaci di aumentare le performance durante lavoro a video terminali, guida notturna, sole abbagliante, nuoto, sub, tavola a vela, pesca, golf e tiro al piattello, sci, ciclismo, sia con lenti neutre, sia graduate, appositamente colorate e trattate per migliorare il contrasto…
Ora avrete sicuramente compreso perché nella prima parte del mio logo abbia inserito lo slogan PROTEGGILA!

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